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E Talbot inventa il
'negativo'
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Mentre le prime immagini realizzate da Niepce in unico
esemplare erano piuttosto confuse e bluastre, i dagherrotipi avevano il pregio di apparire
in qualche modo 'colorati'. Ripresi in un unico esemplare su una lastrina argentata
riflettevano la luce con cui venivano illuminati. I
colori dei dagherrotipi però erano immaginari in quanto non appartenenti alla lastra
osservata (che si limitava ad avere parti scure brunite e parti chiare argentate) ma
determinati solo dalla qualità della luce con cui si effettuava l'osservazione, cosicchè
ci si poteva convincere
di scorgervi colori che in realtà esistevano solo nell'immaginazione. Per di più alcune
di queste immagini erano riprese su un supporto dorato per cui
il colore della pelle risultava
molto somigliante. Per questo motivo il tradizionale nudo artistico fu fra i soggetti
preferiti.
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Un dagherrotipo di nudo della
seconda metà dell'ottocento.
La riproduzione su lastrina di
metallo dorato dava a questo tipo
di soggetti l'illusione che fossero
colorati. Cliccare sull'immagine.
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I dagherrotipi di
nudo però erano costosi e rari (certo anche a causa del particolare soggetto allora
considerato osèe). Spesso, per consentire una lunga posa senza 'mosso', la modella veniva
prima ritratta a mano, nel modo più somigliante possibile, poi il dagherrotipo si
otteneva (pensate) fotografando... il quadro! Si
tentò allora di rendere più certi e stabili i colori anteponendo alla lastra metallica
un vetro sottilissimo sul quale i colori venivano riportati a mano con le tradizionali
tinte ad olio, ma ciononostante il colore nelle fotografie continuava ad essere
un'opinione.
Nonostante i suoi notevoli limiti e la indubbia macchinosità del procedimento, che oggi
ci inducono al sorriso, tuttavia il metodo di Daguerre ebbe un grande successo e l'uso del
dagherrotipo si diffuse rapidamente, in particolare per ottenere ritratti (allora molto in
voga) molto somiglianti e reali.
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Un volantino
pubblicitario del 1846 nel quale un dagherrotipista romano evidentemente di origine
francese, tale Perraud, assicura perfetti ritratti 'al Daguerrotype'.
"Perraud - dice il volantino - previene le persone che desiderano avere il
loro ritratto, ch'egli lo consegna tutto finito per il prezzo di Scudo Uno Romano, tanto
colorito che in nero".
Il testo poi aggiunge: "Molte persone credono che se non fa sole i Ritratti non
possono riescire perfetti, ma questo e un errore generale, anzi fatti senza sole
riescono con più facilità". |
| I nuovi ritrattisti dagherrotipisti aprirono i loro studi in tutte le
maggiori città del mondo, alcuni esercitavano la professione in modo ambulante, come
risulta dalla pubblicità dell'epoca. Anche in Italia la dagherrotipia si diffuse
rapidamente; il primo manuale tecnico, tradotto dal francese, è del 1840. Il successo delle immagini di Daguerre
e dei suoi numerosi seguaci comunque non durò a lungo. E la notevole somma che lo Stato francese aveva speso,
complice l'affarista Arago, per sovvenzionare Daguerre affinchè il suo procedimento fosse
libero da brevetti, si rivelò ben presto una spesa
inutile.
Pur rappresentando soluzioni di indubbio interesse scientifico
e di grande richiamo anche dal punto di
vista pratico, il processo di Niepce, la dagherrotipìa e i procedimenti consimili
differivano abbastanza profondamente dai moderni procedimenti fotografici. Essi infatti
davano direttamente un' immagine positiva (cioè con i chiari e gli scuri corrispondenti a
quelli del soggetto), unica, invertita e da cui non si potevano ottenere copie.
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L'inglese
William Henry Fox Talbot
(1800-1877) inventore del procedimento che per la prima volta
usava negativo (di carta) e positivo
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| D'altronde l'immagine ottica stabile, economica e di veloce esecuzione,
oltre che di dimensioni variabili, facilmente riproducibile e adatta ad essere usata per
la riproduzione di altre immagini, non poteva essere la miniatura meccanica di Daguerre,
se essa era persino più costosa di certe miniature fatte a mano. Inoltre doveva
registrarsi sulla carta che da tempo immemore ed ancor oggi, è il meno costoso dei
supporti grafici.
Pochi anni dopo fu l'inglese William Henry Talbot a porre le basi della fotografia
chimica così come la intendiamo oggi, cioè quel procedimento che tramite un negativo
permette di ottenere una o più stampe positive su carta.
Nel 1833 Talbot era in vacanza sul Lago di Como e si divertiva
a fare disegni con l'aiuto di una camera oscura. Riflettevo sull'immutabile
bellezza dei quadri che la Natura offre - racconterà poi - e che le lenti della
camera oscura riproducono sulla carta....quadri favolosi che però si dissolvono in un
baleno. Fu facendo questi pensieri che
mi venne in mente come sarebbe stato bello fare in modo che le immagini naturali si
imprimessero da sole sulla carta rimanendovi fissate per sempre".
Talbot si mise al
lavoro spinto da questa affascinante idea e nel 1839 rese note le prime conclusioni dei
suoi studi, presentando il primo vero processo fotografico che fu denominato in inglese
Talbotype (poi tradotto talbotipìa in italiano).
Tale procedimento ed il suo successivo perfezionamento
chiamato Calotype (calotipìa), presentato nel 1841, erano fondamentalmente basati su un
processo negativo-positivo con il quale si potevano ottenere, grande novità questa, anche
molte copie dalla medesima posa. Sia il negativo che la stampa positiva erano costituiti
da una carta impregnata di cloruro d'argento (ioduro d'argento nella Calotipìa).
Fondamentale era stata la scoperta che il sale d'argento, non alterato dall'azione della
luce, può essere sciolto in diverse soluzioni (sale da cucina all'origine e più tardi
acido gallico). Con la carta ai sali d'argento di Talbot l'immagine della macchina
fotografica si impressionava in negativo. Bastava però rifotografare il negativo di carta
per invertire l'iimmagine, traducendola cosi in positivo.
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La prima
stampa ottica su carta sensibile, una modestissima scopa sull'uscio di una rimessa, venne
messa da Talbot sulla copertina de "The Pencil of the Nature" (La matita della
Natura) la prima rivista fotografica della storia
Cliccare sull'immagine
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| Esperimenti di annerimento della carta in vari modi sensibilizzata erano
già stati tentati nel XVII secolo, riuscendo talvolta ad ottenere "silhouette"
bianche su nero senza intervento manuale. La calotipia Talbot rese finalmente popolare,
cioè economico, il ritratto mettendo seriamente in crisi i pittori moltissimi dei quali
abbandonarono i pennelli e impararono la nuova tecnica, come in Italia Tommaso Cuccioni,
ad esempio, gìà celebre incisore. I nuovi fotografi ex pittori ci tenevano però ad
assicurare che fra immagine manuale e immagine ottica non esisteva nessuna sostanziale
differenza e nei "marchi" di allora, bellissimi, i simboli delle due arti sono
combinati. Infine la calotipia consentì per la prima volta l'ingrandimento automatico del
negativo. La carta veniva resa trasparente come fosse una "pellicola" ungendola
con vasellina.
Il contributo di Talbot per il progresso della
fotografia fu notevole ed importante. Ma egli scrisse modestamente e con una notevole dose
di intuito: "Non credo di avere perfezionato un'arte, i cui sviluppi non è
possibile al momento prevedere con esattezza. Penso invece di aver dato ad essa solo un
inizio. Credo di avere costruito fondamenta sicure e sarà compito di mani ben più abili
delle mie erigere i piani superiori".
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Studio fotografico
Talbot nel 1841
Cliccare sull'immagine |
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Le immagini su carta, ottenute con il procedimento
negativo-positivo da questo "scienziato dilettante" (com'egli stesso amava
definirsi), non possedevano però, per quanto riguarda i colori, la suggestione di quelle
immaginifiche figure 'metalliche' di Daguerre.
Erano semplicemente della tinta eventuale della carta sulla quale apparivano, modellata
dal chiaroscuro prodotto dall'annerimento più o meno intenso del cloruro d'argento. In
compenso però si potevano dipingere più facilmente a mano, di quanto si riusciva a fare
sui sottili vetrini che coprivano i dagherrotipi. Possedevano poi l'inestimabile vantaggio
della potenziale tiratura in un numero illimitato di esemplari. Lo stesso negativo
originale poteva infatti essere rifotografato, cioè copiato in positivo con la macchina
fotografica medesima, quante volte si voleva.
E anche su carta
sottilissima, quasi trasparente, che, se veniva colorata sul dorso, rivelava le tinte
senza mostrarle e solo se attraversata dalla luce, come una vetrata.
Le tappe successive furono i processi all'albumina (1847), al collodio (1851) e
alla gelatina (1873), che permisero di usare come supporto per la sostanza sensibile una
lastra di vetro e successivamente anche una sottile pellicola trasparente al posto della
carta. Ovviamente le prime emulsioni erano di scarsissima sensibilità e quindi
richiedevano un tempo di esposizione estremamente lungo, pertanto le ricerche furono
orientate per un lungo periodo verso la scoperta di emulsioni sempre più sensibili. Nel
1864 infatti, B. J. Sayce e W. B. Bolton introdussero per la prima volta il bromuro
d'argento nella emulsione colloidale e nel 1871 Charles Maddox sostituì il collodio con
la gelatina. Infine Desiré Charles Monckoven impiegò una soluzione ammoniacale nella
fabbricazione delle lastre secche. La tecnica
inventata da Talbot portò al rapido declinio dei dagherrotipi.
Negli anni successivi
alcuni intuirono le grandi potenzialità di documentazione della fotografia usandola nel
corso di avventurosi viaggi di ricerca, i cui risultati costituiscono oggi un patrimonio
prezioso per la conoscenza di usi e costumi ormai scomparsi. Nell'Ovest degli Stati Uniti,
dove vasti territori selvaggi erano stati appena strappati agli indiani, a partire dal
1860, inizia la documentazione della cosiddetta Grande Frontiera. L'arrivo di avventurosi
fotografi avviene al seguito delle spedizioni governative. Sono fotografi quali Eadweard
Muybridge (noto anche per i suoi studi sul movimento), Fredrerick S. Dellenbaugh e William
Henry Jackson. Nel 1871 Dellenbaugh, a proposito del suo viaggio nell'Ovest, scrisse:
'La macchina fotografica racchiusa nella sua custodia, una cassa robusta, era un peso
grave da portare fin sulle rocce, ma questo era niente se paragonata alla cassa in cui
c'erano i prodotti chimici e le lastre. E ancora quest'ultima sembrava una piuma di fronte
a quella specie di organetto che fungeva da camera oscura'...
Quanta strada è stata fatta da allora! (Fine)
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