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Un'invenzione con molti padri Daguerre riesce a interessare alle sue ricerche un insigne fisico e astronomo, Domenico Francesco Arago, insegnante al Politecnico di Parigi, che appena ventitreenne era stato chiamato a far parte dell'Accademia delle Scienze. Ed è Arago, persona influente e politicizzata, che, il 19 gennaio 1839, comunica all'Accademia delle Scienze l'invenzione di Daguerre limitandosi a citare la collaborazione da parte di Niepce. L'annuncio suscita grande entusiasmo e la fortuna di Daguerre cresce in modo rapidissimo, mentre la figura di Niepce resta in ombra. Daguerre viene nominato ufficiale della Legion d'Onore, l'imperatore d'Austria gli regala una grande medaglia d'oro ornata di brillanti, varie Accademie d'Europa lo eleggono loro membro onorario. I procedimentí del dagherrotipo acquistati dallo Stato francese e resi pubblicí, rendono, dietro richiesta di Arago, una pensione annua di seimila franchi a Daguerre e di quattromila agli eredi di Niepce. E' del 1837 questo dagherrotipo, il primo eseguito da Daguerre nel suo studio. Cliccare sull'immagine per ingrandirla.
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Nella sua
mostra personale espone bellissime vedute di Parigi - per la prima volta compare la figura
umana nel paesaggio, sia campestre sia cittadino - che entusiasmano il pubblico. Niepce
non possedeva un grande gusto artistico, anche se si sforzava nelle sue nature morte di
farlo trasparire. Daguerre invece ha innato il senso della composizione senza infingimenti
pittorici. E' un fotografo nato, illuminato da una serie di circostanze favorevoli.
Insieme al cognato Giroux, un cartolaio parigino, Daguerre farà brevettare speciali
apparecchi per il dagherrotipo; un altro socio, Chevalier gli fornirà le lenti per gli
obbiettivì. Daguerre farà molta fortuna e vivrà di rendita per il resto della vita in
una lussuosa villa di campagna, venerato come un maestro e occupato fino all'ultimo nel
perfezionare i suoi procedimenti. Ma l'annuncio dato all'Accademia delle Scienze da Arago
nel lontano 1839 aveva anche suscitato proteste. Erano stati in molti a rivendicare la priorità dell'invenzione. Il
parroco tedesco Hofmeister disse di esservi arrivato cinque anni prima: ìl francese
Gauné addirittura dodici anni prima; gli inglesi Towson e Reade, rispettivamente nel 1830
e 1836. Pare che Arago, grande amico e padrino di
Daguerre, l'abbia ricevuto per convincerlo dello scarso valore delle immagini su carta da
lui ottenute. Si dice anche che Arago sia arrivato a dare al povero Bayard una mancia di
600 franchi perchè lasciasse perdere, invitandolo a dedicarsi anche lui al dagherrotipo. |
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Alphonse Giroux, cognato di Daguerre, costruì e smerciò con enorme successo un apparecchio per dagherrotipia la cui etichetta portava scritto: "Nessun apparecchio è garantito se non reca la firma del signor Daguerre e il sigillo del signor Giroux". L'apparecchio, che misurava cm. 30 x 37 x 50 (quindi non era molto maneggevole), era corredato di alcune lastre sensibili e dei prodotti occorrenti per la stampa. Costava 400 franchi e una dagherrotipia di piccolo formato veniva pagata da 80 a 120 franchi. Un francese contemporaneo ríferisce: "I negozi d'ottica erano affollati di appassíonati che spasimavano per gli apparecchi di dagherrotipia e si vedevano dovunque macchine puntate su edifici. Ognuno voleva registrare la vista dalla propria finestra ed era fortunato colui che al primo tentativo riusciva ad ottenere il profilo delle cime dei tetti contro il cielo. Tutti andavano in estasi sui comignoli, contavano e ricontavano ogni tegola e i mattoni dei camini, si meravigliavano nello scorgere addirittura il cemento fra i mattoni. In una parola, tutto era così nuovo, che anche la minima prova dava una gioia indescrivibile ".
Nella sola Parigi, nel 1847, furono vendute 2000 macchine e mezzo milione di lastre. In Francia e in Inghilterra i dagherrotipisti eseguivano ritratti le cui dimensioni andavano dai 4 cm. per 5, ai 17 cm. per 22. Tali ritratti venivano poi montati su cornici di cartapesta o su astucci di metallo dorato e venduti ad un prezzo tra le due e le cinque sterline per lastra. Mentre i dagherrotipisti di professione accumulavano fortune, turisti, scrittori e artisti portavano nei loro viaggi, la macchina magica: ne ricavavano immagíni ricordo e illustrazioni per le loro opere. Dopo che il procedimento di Daguerre venne reso pubblico nel 1839, il dagherrotipo diventò una vera e propria mania. Molti pittori abbandonarono tavolozza e pennelli per dedicarsi con assai maggior fortuna al nuovo mestiere di dagherrotipista. Nelle immagini di quel periodo traspare evidente lo stretto legame che univa le prime composizioni in citografia e in dagherrotipia con le composizioni pittoriche. L'equivoco di ottenere, mediante sostanze sensibili alla luce, immagini ad imitazione dei quadri, durò a lungo. Quello che si cercò di ritrarre, nella maggior parte dei casi, furono gli effetti pittorici dei paesaggi. Gli appassionati del dagherrotipo furono dominati, insomma, dall'ambizione prevalente di riuscire a ottenere dei "bei quadri", si preoccupavano meno di andare a ritrarre gli aspetti della vita quotidiana, anche se i ritratti di quel tempo rimangono documenti vivi ed autentici dell'epoca. Eppure, fin dagli inizi, Niepce, Daguerre e i loro seguaci avevano dimostrato che la fotografia è un'arte a sè, che ha poco o nulla in comune con la pittura. Essa, ma lo si capì solo molto piu' tardi, è un mezzo per "raccontare" con immediatezza, o per creare immagini che il pennello non è capace di inventare. Alcuni dei migliori ritratti eseguiti con la nuova tecnica furono opera di un miniaturista di Amburgo, Carl F. Stelzner. Del 1843 è il dagherrotìpo che ritrae un gruppo del Circolo Artistico di'Amburgo durante una gita in campagna. Insieme con un altro dagherrotipista, Hermann Blow, Stelzner ritrasse, nel 1842, il terribile incendio che distrusse un intero quartiere di Amburgo. Fu quello il primo "reportage" fotografico della storia.
Daguerre in realtà non inventò la fotografia. L'avevano inventata molti altri prima di lui. Non si sforzò neppure tanto a studiare, a sperimentare. Ebbe una grande fortuna, perchè riassunse, in una sintesi perfettamente aggiornata, le teorie altrui. La fatidica "mela" gli cadde in testa al momento giusto, in modo (diremmo oggi) funzionale. Così Daguerre, da un giorno all'altro, diventò famoso legando al proprio nome l'intera storia della fotografia anche se in realtà con lui non era ancora vera fotografia, ma dagherrotipia, cioè un perfezionamento dell'eliografia di Niepce. Ma già si gridava al miracolo e nasceva una mania collettiva. (Continua)
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